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05/12/2009 - POESIE E RACCONTI
- Il faro di Livorno è abitato
di Sandra Mazzinghi
Il mio rifugio è un posto molto antico, si staglia all’ingresso del porto di Livorno. Sono sempre stata stregata dalla sua luce, dai suoi lampi. Contavo: uno due tre, lampo. E di nuovo: uno due e tre, lampo di nuovo. E poi così, ancora una volta. E poi da uno a nove. Lampo di luce. Per poi ricominciare. Ho contato infinite volte, da piccola e poi anche quando sono invecchiata. È bello l’alternarsi dei lampi di luce della mia casa. Eh sì, ora è casa mia. Abito dentro il faro di Livorno. Dentro una luce alternata di lampi e di pace. Ho camminato per Livorno seguendo il profumo di mare e cercando una casa in alto. E l’ho trovata. E che colpo al cuore quando ho trovato questo posto.
Adoro il mio rifugio, vicino alla Vegliaia, soprattutto al mattino presto, al mio risveglio. La brezza fresca, appena mi affaccio sull’ultimo balconcino. E vedo barche di pescatori che rientrano in porto, tornando dal mare scortati da leggeri gabbiani adulatori e strillanti.
Il profumo di mare che si sente da quassù è indefinibile. È un misto di vento e mare, salsedine pura che ti impregna la pelle, le ossa e poi l’anima. Quest’odore è la mia vita. Talvolta nel pomeriggio ci sono nuvole sopra di me che minacciano pioggia e giurano di lavarmi via i brutti pensieri che ogni tanto emergono. E i brutti pensieri in cima al faro non ci devono essere. No.
Sono una scrittrice e questo posto è adatto a me, chi mi ha dato il permesso di abitarci? Non è un problema che vi riguarda, io ci abito. E basta! Ma è stato molto semplice. Sono arrivata lì, una sera, con poche cose, un tavolo blu con una vecchia sedia di legno dipinto di blu. Anche un letto. Anch’esso blu. Però un blu più scuro. Per portare queste cose in alto mi sono fatta aiutare da alcuni pescatori, e una sera buia, quando nessuno poteva vedermi, mi sono insediata dentro il faro, come una principessa nel suo maniero.
E così. Con un pacco di fogli bianchi e una scatola di bic blu eccomi quassù a scrivere. Sento voci portate dai miei amici gabbiani di gente che dice che sono pazza, dicono anche che canto una canzoncina intitolata tre-tre-tre-nove. Ma a me poco importa. Il faro ispira i miei racconti e mai ne ho scritti di così belli. Ogni tanto i fogli li consegno ai gabbiani che li ghermiscono nel loro becco e li fanno esistere. E volando li appoggiano vicino ai livornesi che li pigliano. E li leggono.
E ogni tanto scendo gli infiniti scalini e vado giù dai pescatori, a carpire racconti e fantasie di mare.
Scrivo e scrivo, butto fogli e riscrivo, mai l’ispirazione è stata tanto forte, del resto sono in un faro, nel mio faro, e il faro è fatto apposta per indicarti la via.
Ma ad un certo punto mentre scrivevo un racconto, una sommossa di mare e cielo e aria mi fa trasalire, ecco il libeccio, vento impietoso e passionale. Soprattutto se abiti in un faro.
Il libeccio entra dentro le finestre del faro, i miei fogli scritti e bianchi volano e la cima del faro scaglia i miei fogli fuori dalle finestre, emozioni scritte, tutto via. I miei fogli verso il cielo della tempesta che non ha controllo.
Lancio un grido.
Le mani stringono lembi del lenzuolo: sono seduta nel mio letto, nella mia casa di fronte al mare.
(Già pubblicato su LIVORNONONSTOP, dicembre 2009)
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