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18/11/2009 - MANIDISTREGA
- Presentazione di “La bambola di Solange” a San Pietro in Trento, Ristorante La Pieve.
di Ornella Fiorentini
Il 13 novembre 2009 ospite di Carlo Simoncelli, presidente della Cooperativa Mameli (Case Repubblicane), “La bambola di Solange” è giunta nella sala accogliente e calda riservata a “La Cena d’Autore” di La Pieve a San Pietro in Trento. Nel paese di novecento anime tra Ravenna e Forlì, la notte frizzante di novembre, rischiarata appena dal luccichio delle stelle, sapeva di buono. Attendeva infatti “La bambola di Solange”, circonfusa come una regina antica dall’aura dorata nel dipinto di Alberto Cottignoli, la tradizione della Romagna vera. Quella solida dalle generose radici laiche che ama ricercare solo la verità nella storia, soprattutto nell’odissea delle minoranze etniche, vessate dai governi autoritari. Non poteva quindi non scaturire una palpabile attrazione tra il pubblico attento e partecipe e “La bambola di Solange”, romanzo noir di frontiera che narra di vite spezzate nella Croazia di Tito e nella Spagna di Franco, all’epoca prive del faro di luce della democrazia.
Il dolore dell’identità offuscata di Nadia Navarra, di Melanie Dinessuno, di Viktor Perusa, di Flutra Lejla, di Darko Belic e la loro tenacia nel perseguire il fine di una esistenza apparentemente normale, al limite della banalità quotidiana, in una Italia ancora ostica al diverso da sé, ha come sfondo i mosaici bizantini di Ravenna, città meticcia da sempre a causa del suo porto. La paura dell’altro, troppo simile a noi stessi perché è lo specchio in cui la nostra immagine si riflette, ci svuota. Ci allontana da chi, come noi, calpesta il suolo della Terra. Non dell’Italia, ma della Terra di cui siamo tutti cittadini con uguali doveri e diritti.
Carlo Simoncelli ha commentato la pagina di “La bambola di Solange” che parla di Goli Otok. Nella famigerata prigione del regime titoista venne rinchiuso fino alla morte Marjio Belic. Figlio dell’istroveneta nonna Bragadin, era stato sommariamente giudicato colpevole di eversione a Pula alla fine degli anni sessanta. La triste sorte del padre ha segnato inevitabilmente l’adolescenza di Nadia e Darko, ha favorito il ritorno di Dolores Bravo, pasionaria della libertà, in Spagna dopo la fine della dittatura franchista.
Carlo Simoncelli ha sottolineato che è necessario avere la coscienza civica di occuparsi della discriminazione razziale a cui le minoranze etniche sono sottoposte. E io aggiungo che è d’obbligo conoscere la loro cultura e propugnarne l’interazione con la nostra perché la razza umana è una sola parafrasando le parole di Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione Rom e Sinti a cui ho avuto l’onore di stringere la mano a Lanciano pochi giorni fa. Basti pensare alla ricchezza della musica Rom, arte itinerante combinatoria per eccellenza che ha influenzato con l’elemento orientaleggiante turco-ottomano balcanico compositori famosi come il tedesco Brahms e l’ungherese Liszt.
È indiscutibile che “La bambola di Solange” segni una svolta nella mia produzione letteraria perché la storia gioca un ruolo di fondamentale importanza nell’economia dell’opera. Si discosta dalla sfera intimista e familiare di “Il cuore a fette”, di “Cuore d’artista e di “A bocca chiusa” per cancellare alcuni stereotipi e abbracciare infine il diverso da sé.
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