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27/11/2007
- SALUTE - La Morte Amica
di Laura Viola

Alcuni anni or sono mi è capitato di leggere un libro scritto da una collega psicologa analista, Marie Hennezel, che da tempo si occupava del tema del passaggio dalla vita alla morte. Il titolo di questo libro era “La morte amica”. Mi immersi con crescente commozione nella lettura del testo.
Procedendo, molte convinzioni che erano state i fondamenti del mio pensiero, vennero poste in discussione. La prefazione al libro, scritta da François Mitterand, mi interessò particolarmente: l’illustre prefattore, affetto da anni da un cancro alla prostata ormai in fase metastatica, si chiedeva : “Come morire?”.

Viviamo in un mondo che ha paura di questa domanda e quindi la evita. Altre civiltà, prima di noi, guardavano la morte in faccia. Tracciavano la via del passaggio per la comunità e quindi per il singolo, davano ricchezza e senso al compiersi del destino.
Mai, come nei nostri tempi, il rapporto con la morte è stato povero; gli uomini, nella fretta di esistere, in un mondo caratterizzato dalla aridità spirituale, sembrano eludere il mistero, ignari di prosciugare così una fonte essenziale del gusto di vivere.

Nel momento di maggior solitudine, sulla soglia dell’infinito, subentra un “altro tempo” che non può essere misurato con i nostri criteri. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse, finalmente, dal groviglio di pene e di illusioni che ci impedisce di appartenere a noi stessi.
Il mistero di esistere e di morire non è affatto chiaro, ma è vissuto pienamente. La morte può far si che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, una sorta di compimento.

La morte, invece, la nascondiamo come se fosse vergognosa e sporca. Nella morte vediamo soltanto: orrore, assurdità, sofferenza inutile e penosa. E’ invece il momento culminante della nostra vita, ne é il coronamento, un punto interrogativo che portiamo nell’intimità profonda. Sappiamo che un giorno moriremo, anche se non sappiamo come e quando. C’è un punto, nel profondo del nostro essere, dove è custodita questa certezza. Sappiamo che un giorno dovremo lasciare i nostri cari a meno che non siano loro a lasciarci per primi. Paradossalmente è proprio questa consapevolezza, così profonda, così intima, che accomuna tutti gli esseri umani. Forse è per questo che la morte altrui ci colpisce e ci permette di puntare diritto al cuore dell’unica vera domanda: “Che senso ha la nostra vita ?”

La persona, prima di morire, vorrà lasciare accanto a chi l’accompagna l’essenziale di sé: un gesto, una parola, uno sguardo; cercherà di dire ciò che conta davvero e che non sempre ha saputo o potuto dire.
E’ proprio la morte che ci spinge a non accontentarci di rimanere alla superficie delle cose e delle persone e che ci spinge ad entrare nella loro intimità profonda. Chi si avvicina alla morte scopre che l’esperienza dell’aldilà gli viene proposta nell’esperienza stessa della vita. La vita non ci conduce forse da un aldilà all’altro, al di là di noi stessi, al di là delle nostre certezza, al di là dei nostri giudizi, dei nostri egoismi, delle nostre apparenze.

In un mondo che ritiene che la “buona” morte sia la morte improvvisa e repentina, preferibilmente in stato di incoscienza, rapida, per disturbare il meno possibile la vita di chi resta. Ora mi sembra di grande importanza l’ultima testimonianza sul valore degli estremi istanti della vita e sull’incredibile privilegio di esserne testimoni.

Morire non è un evento assurdo e privo di senso, il tempo che precede la morte può anche utile al “compiersi” di una persona e alla trasformazione di coloro che le restano accanto, sotto un aspetto più sottile, più interiore, nell’area delle relazioni interpersonali. Quando non si può far più nulla, tuttavia si può ancora amare e sentirsi amati.

(Laura Viola è medico, specialista in psichiatria e psico-analista Jounghiana, e la trovate cliccando qui, nelle nostre pagine)


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