 |
|
 |
|
 |
|
02/04/2007 - SOLIDARIETA
- Le ragazze di Benin City: la schiavitù delle nigeriane sulle nostre strade.
di Antonella De Vito
Ho letto questo libro tutto d'un fiato, perché è scritto bene e perché apre una porta su un mondo che sta accanto al nostro, ma del quale non sappiamo niente. Le ragazze di Benin City scritto da Laura Maragnani, giornalista di Panorama, e Isoke Aikpitanyici racconta la storia delle ragazze nigeriane, ingannate con false promesse di un lavoro e di una vita migliore in Europa, che arrivano nel nostro paese e sono obbligate a prostituirsi.
Le storie delle ragazze e della stessa Isoke ci fanno scoprire una realtà terribile: donne schiave, ricattate, impaurite, vivono nelle nostre città, ma mai nessuna di noi se ne preoccupa, anzi, forse siamo pronte a criticare, a fare della facile morale.
Isoke è una donna coraggiosa, che è riuscita ad uscire da questo giro e soprattutto ha avuto la determinazione di raccontarci cos'è questo mondo. Isoke ha un progetto per aiutare queste ragazze e tutti noi, ma in particolare le donne, siamo chiamate ad aiutare Isoke e le ragazze di Benin City.
Dopo aver letto il libro mi sono rimaste molte curiosità, perché certo un argomento di questo genere non può esaurirsi in poco più di 200 pagine, così ho rivolto qualche domanda a Laura Maragnani, che nel rispondermi mi ha fatto comprendere ancora di più quanto sia rimasta coinvolta da questo suo incontro e lavoro con Isoke, e quanto sia importante sentirci tutte responsabili di una schiavitù che si consuma accanto a noi.
Come hai conosciuto Isoke?
“L'ho incontrata ad Aosta, a un convegno del progetto 'La ragazza
di Benin City' (info: www.inafrica.it ), il progetto è nato su
iniziativa del compagno di Isoke, che ha attivato
una rete di uomini "redenti" (amici, fidanzati, ex clienti di ragazze
di strada). Uomini, cioè, che dopo essere venuti in contatto con la
realtà della tratta si sono attivati per sensibilizzare altri uomini e
far capire che, pagando una schiava del marciapiede, si ha forse un
momento di sollievo, ma si alimenta il racket e dunque si favorisce la
schiavitù di un numero sempre maggiore di ragazze.
Bel rovesciamento di ottica: le ragazze di Benin City non hanno
bisogno di essere redente, ma di essere liberate, infatti, non hanno mai scelto la strada, sono state
obbligate! Però, queste ragazze a loro volta redimono gli
uomini dalla loro abitudine di andare a prostitute...
Così ho conosciuto Isoke. Bellissima, fiera, intelligente, sensibile.
Una che non si è mai arresa al marciapiede ed è riuscita a non farsene
abbrutire, e che, una voltauscita, non ha pensato solo a se stessa,
ma ha continuato a spendersi per le altre che ancora sono prigioniere.
Le ho detto: facciamo un libro sulle ragazze?
Ha detto subito sì.
Come sei riuscita a conquistare la sua fiducia?
“Ci abbiamo messo un anno a scrivere il libro. Un po' per via della lontananza
geografica (lei ad Aosta, io a Roma), un po' per le resistenze
reciproche. Lei doveva fare i conti con la sua vita, accettare di
aprire armadi e cassetti del cuore e del cervello che aveva chiuso,
doveva capire se, e quanto, e come, sarebbe riuscita a raccontare. Io,
da parte mia, dovevo capire fino a che punto me la sentivo di fare
domande e di ascoltare risposte.
Ci siamo, infine, trovate quest'estate in Umbria, a casa mia, e in tre
settimane di lavoro, sei-sette ore al giorno, abbiamo scritto una sorta
di lunga intervista. Io chiedevo, lei rispondeva. Io offrivo spunti di
riflessione, lei li riprendeva, a volte, altre volte no. Sono uscite le
lacrime, il dolore, il suo star male e anche il mio. La mia rabbia, la mia
vergogna, la mia fatica a contenere la valanga emotiva che la stava
(ci stava) travolgendo.
Dopo tre settimane io ero distrutta, lei, invece, si sentiva più
leggera. Come dopo una psicoterapia, l'avevo aiutata a
trovare le parole per la sua storia, l'avevo liberata dal senso di
colpa ("Avrei potuto dire di no con maggiore forza", "Già, così ti
ammazzavano", "Forse era meglio se mi ammazzavano", "Isoke, non è una
colpa aver scelto di sopravvivere...") e dalla vergogna("Isoke, non
sei tu che ti devi vergognare della vita che hai fatto, ma loro, che
ti ci hanno costretta e i clienti, che ti hanno pagata". "Dici
davvero?", "Dico davvero", "Forse hai ragione", "Sì, ho ragione").
Lei diventava sempre più leggera,
io sempre più pesante.
"Mi spiace averti fatto star male" ha detto lei alla fine; capisci che
ragazza speciale?”
Come sei arrivata alla scelta dello stile?
“La forma è venuta da sé. Domande e risposte. Alla fine ho tagliato
tutte le mie domande e ho lasciato solo il suo racconto. E' Isoke che
parla al lettore come prima ha raccontato a me, con la sua forza e
il suo dolore e i suoi tempi.
All'inizio lei non diceva mai: io.
Parlava delle altre, Osas, Esohè, Ekeme... i clienti... le maman...
lei non c'era o pochissimo.
Verso la fine del racconto ha cominciato a dire: io, a parlare di sé,
a mettere insieme, raccontando, tutti i pezzi della sua stessa vita e
darle così un senso, a sentire il suo dolore, a fare i conti col passato e
a guardare avanti.
Questa è la vera conquista di questo libro, per me e per lei.
Ha deciso di firmarlo con me, ha deciso di mettere la sua foto in copertina.
e adesso andiamo in televisione e nelle scuole a parlare della tratta, e con
voce sempre più forte lei riesce a dire: io; è successo a me; mi hanno
trafficata; sono una vittima”.
Le associazioni che si occupano di queste problematiche non ci fanno una bella figura. Hai avuto delle critiche da parte loro? Si sono mostrate interessate al libro?
“Non abbiamo avuto nessun riscontro dalle associazioni”
Come sta andando il libro?
“La distribuzione è difficile, le librerie non sempre lo tengono, però è possibile acquistarlo direttamente sul sito www.ibs.it
e in tre giorni arriva a casa.
Invece il pubblico nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie è bellissimo. La gente sta zitta, è sconvolta, le ragazze e le
donne soprattutto. Ascoltano, fanno domande, si commuovono, poi alla
fine vengono e le dicono grazie e l'abbracciano, chiedono che cosa
possono fare, come aiutare. Ogni volta Isoke si stupisce: mi
ha confessato che temeva di essere mal giudicata, in quanto ex
prostituta, e invece vede un rispetto e un affetto che la travolgono.
Sta cominciando a capire l'importanza di quello che ha fatto.
Quanto è importante che le ragazze siano informate in Nigeria?
“Moltissimo. La sorella sta avvisando le sue amiche, fanno un tam tam. Quando
Isoke tornerà in Nigeria, a luglio, la porteranno nelle scuole a
parlare con le ragazze che oggi sognano di partire per l'Italia. Isoke ha detto che lo farà. Dice che
bisogna rompere il silenzio, far sapere, far capire. Una sua
cugina era partita per la Spagna, anche lei è finita sulla strada, ma non ha osato dire nulla a casa. Questa cugina era incinta quando è arrivata in Spagna. La
maman l'ha tenuta in strada fino al giorno del parto (pare che ci
siano file di clienti appassionati delle donne incinte...) poi le ha
preso la bambina e l'ha tenuta praticamente in ostaggio: se la ragazza
non lavorava e non dava i soldi,non le faceva vedere la figlia. Un
giorno la maman è stata arrestata, e insieme a lei la polizia ha
portato via la bambina, ma la maman non ha mai detto di chi fosse figlia,
per cui la piccola è finita in un istituto. La madre andava a vederla da
dietro le sbarre del cancello, quando la portavano in cortile a
prendere aria. Nera, puttana, clandestina, senza documenti, non sapeva
nemmeno la lingua e così è stata rimpatriata e ora è a Benin City dove cerca
un modo per tornare in Spagna e riavere la figlia.
La stessa famiglia, lo stesso destino o quasi, e nessuna
delle due aveva avuto, finora, il coraggio di aprir bocca con le
altre, per paura di essere rifiutata”.
Cose possiamo fare per aiutare Isoke?
“Comprare il libro, parlarne, regalarlo, presentarlo:
è un buon inizio, i diritti sosterranno la casa e il lavoro di Isoke
con le ragazze di Benin City.
Si possono poi fare altre cose, ad esempio
un gruppo di donne può "adottare" una ragazza che lascia
lastrada, pagarle un corso di formazione professionale, scriverle,
telefonarle, invitarla a conoscerle e a parlare: queste ragazze hanno
bisogno di uscire dal giro, conoscere donne italiane, inserirsi, fare
amicizia, sentire solidarietà.
Oppure si può trovare qualche medico disposto, in caso di emergenza, a
visitare e curare le ragazze che ne hanno bisogno e non possono andare
in ospedale, perché clandestine; trovare qualcuno che possa accompagnarle in un centro di cura o in questura quando serve, diventare,insomma,
delle sentinelle sul territorio, pronte a intervenire se Isoke segnala
una situazione di emergenza (la chiamano da tutta Italia, lei non può
certo correre e intervenire dappertutto!).
Le case delle donne, i centri antiviolenza, possono pensare diaprire
le loro porte anche alle ragazze nere in difficoltà, non solo alle
bianche maltrattate dai mariti;
le botteghe eque e solidali possono vendere i prodotti delle ragazze
uscite dal giro (su www.inafrica.it
c'è una ragazza di Torino che fa
bambole meravigliose...). le artigiane possono offrire lavoro e stage di
formazione e collaborazioni.
E' necessario poi richiamare l'attenzione dei giornali, dei Comuni, delle Pari Opportunità, perché ognuno possa fare qualcosa nel modo in cui può e si sente di fare”.
Voglio ringraziare Laura e Isoke per aver scritto questo libro, per aver denunciato la tratta. Nessuno potrà dire...ma io non lo sapevo...Accanto a noi si attua una delle forme più tremende di schiavitù e non possiamo voltarci dall'altra parte.
|
VAI ALL'INDICE DI
"PARLIAMO DI..." |
|
|
 |
|
 |
|
|
Testata Giornalistica registrata presso il Tribunale di Livorno n.13/04 del 3 giugno 2004.
Direttrice Responsabile:
Antonella De Vito.
Manidistrega è ideato, gestito e aggiornato da
Margherita Dalle Vacche, che ne è anche proprietaria.
E' vietata la riproduzione anche parziale. Manidistrega non è responsabile dei siti ad essa collegati.
|
|