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11/02/2006 - SALUTE
- Ginecologi a confronto in Provincia su impiego ed effetti della RU486
di Donatella Francesconi
Dimitri Anastassopulos, primario di ostetricia e ginecologia, se la prende con chi «minimizza» l’impatto che l’utilizzo della RU486 per l’interruzione volontaria di gravidanza ha sulle donne che decidono di abortire con il metodo farmacologico invece che con quello chirurgico. Il ginecologo conferma che, dopo i primi due casi di ricorso alla pillola all’ospedale cittadino, altre donne hanno chiesto di poterla utilizzare. E lo fa intervenendo al convegno “Legge 194 e pillola RU486: informazioni e riflessioni” organizzato dalla Commissione pari opportunità della Provincia insieme alla Asl 6 e al Collegio delle ostetriche della provincia (presente la presidente Gemma Quilici, con Maria Antonietta Bianco, presidente nazionale dei collegi delle ostetriche).
Intorno al tavolo, ginecologici di spicco: Andrea Genazzani, direttore del dipartimento Medicina della procreazione e dell’età evolutiva dell’ospedale S. Chiara di Pisa; Massimo Srebot, primario di Ginecologia dell’ospedale “Lotti” di Pontedera; Virgilio Facchini, direttore del dipartimento di Ostetricia e ginecologia dell’Azienda ospedaliera universitaria pisana. Che della RU486 hanno illustrato gli effetti medici, forse sottolineando fin troppo quello che Genazzani ha definito «un dolore che si ricorda».
Perché non c’è anestesia, ma perdita di sangue per più di un giorno con successiva espulsione del materiale fetale. Tanto che - ha detto ancora Genazzani - le interruzioni volontarie di gravidanza con questo metodo «danno statisticamente meno casi di donne che tornano per una successiva esperienza di aborto».
Ad abbassare un po’ i toni interviene Massimo Srebot, forte dell’esperienza pilota in Toscana: «Il nostro scopo - spiega - è quello di far vivere l’esperienza dell’interruzione di gravidanza nel modo meno traumatico possibile». E se qualcuno può aver dato retta a chi ha disegnato uno scenario di “sconsiderate” in fila per levarsi il pensiero con una pillola, i dati di Srebot dimostrano esattamente il contrario: «Il 70% delle donne che hanno intenzione di non proseguire la gestazione - continua il primario di Pontedera - continua a non chiedere la RU486. Chi, invece, prosegue su questa strada, lo fa perché lo ritiene un percorso corretto per se stessa. Per la mia esperienza posso affermare che l’utilizzo di questo metodo può essere positivo, se così si può dire di un’esperienza comunque drammatica, per quelle donne che siano bene informate».
A proposito di informazione, Andrea Genazzani, ha voluto mettere in chiaro - con il pieno consenso dei colleghi presenti (l’unico obiettore era Virgilio Facchini) - che «non sta in piedi la storia che il farmaco deve essere sperimentato. L’utilizzo della RU486 non è più una cosa da provare: in Europa è utilizzata da oltre dieci anni, così come in Cina e negli Stati Uniti. Tra l’altro la molecola ha anche altre capacità mediche». Il cui studio - è stato detto - si è un po’ arenato a causa delle polemiche intorno all’uso abortivo del farmaco.
Che non viene prescritto da solo, è la precisazione dei medici ma in associazione con un altro, della famiglia delle prostaglandine che si trova comunemente in commercio come antiulcera. «E non è raro - spiega Srebot - trovarsi di fronte a donne che ne fanno un uso improprio» per abortire senza rivolgersi al medico per poi dover ricorrere magari d’urgenza alle cure dell’ospedale. Dalla discussione medico-scientifica, all’analisi delle cause che portano le donne a decidere di non proseguire la gravidanza partendo da alcuni dati forniti dallo stesso Genazzani: «In Italia, rispetto per esempio a Inghilterra e altri paesi europei, abbiamo una scarsa fruizione dell’aborto tra le teenager. E una predominanza nella fascia 25-35 anni, per lo più donne sposate e con famiglia. Un quadro che pone il problema dell’accoglienza nei confronti della maternità in un paese in cui uomini e donne sembrano troppo preoccupati per pensare ad amarsi».
Il problema del rapporto con i consultori esplode, così, sollevato anche dalla presenza della professoressa Musumeci in rappresentanza del Movimento per la vita. A raccontarne il lavoro quotidiano, Daniela Vaccai, coordinatrice delle ostetriche territoriali della Asl livornese.
La quale, giusto per sgombrare il campo da equivoci, mette subito in chiaro una verità che tutte le donne in sala hanno ben presente: «Le donne abortiscono comunque e prima della legge 194 morivano. Il nostro impegno è accoglierle tutte e parlare con loro, con o senza gravidanza naturalmente. Per quello che riguarda Livorno, posso dire che è assicurata la massima rapidità nell’iter che la legge impone per arrivare all’interruzione volontaria di gravidanza. E va detto forte che le prestazioni dei consultori, gratuite, non sono certo di serie B».
In un intervento che strappa un lungo applauso della sala, Graziella Piefederici dice la sua sul dibattito infinito che ha al centro il “diritto alla vita”: «Sono stata recentemente in Africa - spiega rivolgendosi ai medici che hanno più volte fatto notare come in Italia ci siano sì gli aborti, ma anche tanti uomini e donne che scelgono di non avere figli - e ho visto tanti bambini: ma sono tornata con la morte nel cuore, perché quella vita che ho visto non è vita».
(SABATO, 11 FEBBRAIO 2006, “Il Tirreno”)
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