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16/01/2006 - SALUTE
- Il cancro nasce anche dalla mente?
di Vissia Viscomi
Ognuno di noi partecipa allo stato di salute e di malattia del proprio corpo. È quanto assumono numerosi studi compiuti in tutto mondo che intendono sottolineare ancora una volta quanto mente e corpo siano un’entità sola (un olos, da qui il termine medicina olistica).
La maggior parte di noi dà per scontato che la guarigione da uno stato di malattia sia qualcosa che ci viene fatto, che se abbiamo un problema di tipo medico la nostra responsabilità si limiti all’andare da un dottore che penserà a guarirci.
In parte è così, ma solo in parte.
Capire che si può partecipare attivamente alla propria salute come alla propria malattia costituisce per tutti un primo importante passo, a volte decisivo, verso la guarigione.
Ciò spiegherebbe il decorso prolungato di malattie che hanno ricevuto una diagnosi di tumori “incurabili” dai medici e viceversa.
I pazienti convinti che solo un trattamento medico li può aiutare negli ultimi mesi di vita che secondo il medico rimangono loro, e che si sentono condannati, impotenti e abbandonati, di solito non fanno che avverare le aspettative dei medici (aspettative autoavverantesi, ovvero il risultato “negativo” di uno stato mentale privo di fiducia e speranza propositiva).
Quelli invece che mobilitano le proprie risorse personali e partecipano attivamente alla propria guarigione, malgrado le scarse possibilità, possono vivere più a lungo del previsto modificando in modo significativo la qualità della loro vita.
Innanzittutto bisogna avere “volontà di vivere”
Perché certi pazienti guariscono mentre altri muoiono, benché la diagnosi sia uguale? Alcuni medici incominciarono trent’anni fa a interessarsi a questo problema presso la Scuola di Medicina dell’Università dell’Oregon.
Secondo le osservazioni compiute, certi pazienti, pur affermando che volevano vivere, di fatto il più delle volte si comportavano come se non volessero affatto vivere. C’erano malati di cancro ai polmoni che non volevano smettere di fumare, malati di cancro al fegato che non volevano limitare gli alcolici, e altri che non si presentavano regolarmente per ricevere il trattamento stabilito.
Questi pazienti mostravano un’apatia, uno stato di depressione, e un atteggiamento di rinuncia maggiori di quelli di altri pazienti con una diagnosi di cancro terminale.
Tra questi ultimi si sono verificati casi di persone dimesse dopo un trattamento minimo, con poche speranze che durassero fino alla visita successiva di controllo. Eppure, dopo anni questi continuavano a presentarsi alla visita annuale o semestrale, in condizioni di salute soddisfacenti, smentendo inspiegabilmente ogni statistica.
Alla domanda da cosa potesse dipendere questo stato di salute, le loro risposte tipo erano. “Non posso morire finché mio figlio non si è laureato”, oppure “Hanno troppo bisogno di me in ufficio”, o “Devo prima risolvere la faccenda di mia figlia”.
Tutte queste risposte avevano in comune la certezza da parte del paziente di poter esercitare qualche tipo di influenza sul decorso della malattia.
La differenza fondamentale tra questi pazienti e quelli che non volevano collaborare risiedeva nell’atteggiamento nei confronti della malattia e nell’atteggiamento positivo verso la vita. I pazienti che continuavano a fare dei miglioramenti avevano, per un motivo o per un altro, una maggiore “volontà di vivere”.
In psicologia si parla di forte motivazione orientata ad un obiettivo che accelera il raggiungimento dell’obiettivo stesso (psicologia motivazionale).
Se la differenza tra il paziente che guarisce e quello che non guarisce consiste in parte nel diverso atteggiamento verso la malattia e nella fiducia di potere in qualche misura influire su di essa, allora come si può fare a modificare in quella direzione positiva l’atteggiamento e le convinzioni dei pazienti?
Ci sono delle vere e proprie tecniche di training compiute in questo senso, svolte proprio al “cambio di rotta di impostazioni mentali”, che per far si che le prospettive autoavverantesi siano positive e non negative, come avviene in molti malati dopo la diagnosi.
Le tecniche più utilizzate sono i gruppi di discussione, la terapia di gruppo, la meditazione, l’induzione di immagini mentali, il pensiero positivo, le tecniche motivazionali, i corsi di “sviluppo della mente”.
La meditazione e la visualizzazzione sono le uniche che possono essere compiute anche da soli, ma è meglio se il cammino risulti guidato da una persona esperta.
Il processo di visualizzazione di immagini comprende un periodo di rilassamento profondo durante il quale il paziente deve visualizzare con la mente una meta o un risultato desiderato. Nel caso dei malati di cancro questo vuol dire che il paziente deve cercare di visualizzare il cancro, il trattamento che lo distruggeva e, soprattutto, le difese naturali del proprio corpo che lo aiutavano a guarire.
Cos’ è il cancro secondo la lettura psicosomatica..
Sono numerosi gli studi compiuti da medici e ricercatori universitari che sostengono che il cancro sia una “creatura” mentale formatasi in una persona infelice, che lamenta delle sofferenze e delle carenze nella propria vita e nella propria realizzazione.
Il cancro è una piccola materializzazione corporea di questo malessere (che parte dalla mente e che si comunica nel corpo attraverso le cellule di tutti i tessuti), spia dell’esistenza di altri problemi in altre sfere della vita di un individuo, problemi aggravati da un accumularsi di tensioni e di stress in un periodo che va dai sei ai diciotto mesi prima dell’insorgere del cancro.
Tipicamente, il malato di cancro è una persona che reagisce a questi problemi con un profondo senso di impotenza e di “rinuncia”.
A sua volta questa reazione emotiva dà il via a una serie di reazioni fisiologiche che paralizzano le difese naturali del corpo rendendolo suscettibile al riprodursi di cellule anomale.
Senza la speranza, che deve scaturire nel paziente non rimane che il senso di impotenza (una componente che già troppo parte della vita e della personalità del malato di cancro).
Il malato di cancro, sente quanto tutto questo sia reale: sente il suo corpo divorarsi dall’interno, e sa cosa significa portare con sé in ogni giornata il fardello dell’incertezza sul proprio futuro.
Nessuno meglio di lui può sentire e sapere quanto la mente sia coinvolta in questa patologia.
Purtroppo non si guarisce di cancro dopo aver letto un articolo su un giornale, ma quando ci siamo chiesti se questo argomento sarebbe potuto risultare utile in un certo senso, abbiamo pensato di si!
Si perché informa su un approccio rivolto a questa malattia oscura (il “brutto male”) che forse spesso viene ignorato, ma che può accendere un barlume di speranza in qualcuno.
Per riassumere quindi: durante la malattia, per paradosso, createvi delle certezze, dei propositi; rivolgetevi a specialisti (medico e psicoterapeuta) verso i quali provate veramente stima.
E se vi sentiti scettici verso questo approccio, prendete un pezzo di carta e una penna e provate a disegnare il tumore, dandogli le fattezze che più sentite: può assomigliare a qualsiasi cosa, disegnatelo nei particolari e coloratelo.
Poi osservatelo, capirete da soli come la vostra mente lo vede, prendendo coscienza quanto la vostra malattia lavori anche nel profondo.
TROVATE LA DOTTORESSA VISSIA VISCOMI, psicologa, esperta di benessere psicofisico anche nelle nostre Vetrine
SCRIVETELE: vissia_viscomi@yahoo.it
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