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Necessità movimento

Lunedì, 02 Maggio 2016 09:02

Ragazzi monelli

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Ho dovuto insistere non poco per convincerlo. Proprio lui che mi aveva sfidata.

Finché un pomeriggio si è convinto ed è riuscito a trovare un buco per mettersi alla prova. L’indomani saremmo dovuti uscire presto, io per capire il suo livello di preparazione, lui per conoscere il percorso e studiare le mie mosse. Bene, ho scelto uno dei percorsi più duri in assoluto, uno con grado difficoltà tra 8 e 8 e mezzo, uno di quelli in cui non è che puoi correre per tutto il tempo, uno di quelli propriorecettivi, uno di quelli in cui se cadi…affari tuoi. Grandi rischi per grandi imprese. Ma se non le facessimo adesso, mentre i nostri corpi allenati di trentenni sgomitano e scalpitano per superarsi…se non ora quando? Evitiamo perché è difficile, rinunciamo perché è rischioso, decliniamo perché soli. No, noi non siamo così. Ragazzacci incoscienti che si prendono quello che vogliono. Noi siamo questo, per fortuna.

Il primo step che inizia ingannandoti per poi colpirti con la sua ripida, lo completo in 25’ circa quando sono da sola, non ho fretta e qualcuno di fianco: pompa, pompa ce l’abbiamo fatta in 23’ e questo mi ha stupita, il ragazzo se la sente.

Da Guardiola, attraversata l’unica lingua d’asfalto della Quota Mille, abbiamo scavalcato un cancello (si, siamo discoli) e ricominciato a correre, giusto per poche decine di metri: i residui della mulattiera, un incastro perfetto di pietre che continuano lievemente a salire, non consentono un’andatura diversa dal passo. L’aria è fresca e noi già bagnati. Ecco che Peppe inizia a voler misurarsi i battiti per capire se il suo cuore-in competizione con la mia bradicardia- si riprende facilmente oppure no. L’intarsio di strada sparisce per lasciare posto a sassi di lava pizzuti e pungenti: pietre che metterebbero in difficoltà tutte le caviglie, le ginocchia e gli equilibri. E il sentiero s’inclina. S’inclina e t’imbroglia con i suoi abbagli pianeggianti che durano il tempo dell’illusione svanita. Va bene, proprio non si può correre!

Terza tappa: curve di piano sinuose e percorribili in uno dei boschi meno battuti del territorio che terminano in mezzo a una colata ingrigita da licheni, tra l’Etna e Randazzo. Riprendiamo la corsa dopo qualche scatto che ci conserviamo per ricordo (ricordo nostro, non del mondo di Faccia di Libro) e, indovinate un po’…saliamo. Salita irta e quasi buia dominata da rovi incontrollati, radici emerse, tronchi caduti. Io trovo il mio ritmo lento, quello che mi permette di fare endurance, mentre Peppe lavora di quadricipiti e scatta di potenza. E si ferma, ovviamente. E ci fermiamo. E proseguiamo fino alla vetta, lì dove nessun essere umano vuole osservare, lì dove il confine tra il verde e il nero urla quanto siamo piccoli noi fatti di carne ed ossa. Non è umiliazione, però, che noi abbiamo provato: noi ci siamo sentiti grandi, superbi, fieri. Noi ci sentiamo ancora così. E una foto ce la meritiamo prima d’intraprendere il massimo della velocità in una discesa da brivido che mette a repentaglio tutto il corpo, che esonda dentro di noi con un fiume di adrenalina.

Scendiamo, scendiamo veloce e io prendo una scorciatoia che lui non conosce e lo frego e ci ammazziamo dalle risate. Sappiamo ridere e gioire di questo, per questo piccolo scherzetto, per una ripidissima discesa folle che manda all’aria le gambe, le braccia, il cervello; sappiamo ridire e gioire per la consapevolezza della strada fatta, per essere allo stesso livello, per volerci alzare presto la mattina e non sentirlo affatto come un macigno.

Noi ragazzi monelli con atri e ventricoli che pompano sangue.

Marzia Scala

 

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