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Necessità movimento

Lunedì, 25 Aprile 2016 19:49

Categoria: appassionati

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Questa è proprio la settimana delle avventure. Ogni giorno me ne è capitata una diversa, inaspettata ed eccitante.

Ho un nuovo compagno di follie, di passioni in comune, di adorazione per lo sport, di dedizione alle attività all’aria aperta. Uno di quelli che come me sostiene che iniziare la giornata con archibugi simili ti faccia vivere più a lungo o, comunque, ti fa stare bene. Adesso poi che ho fatto la visita medico sportiva da cui è emerso il mio meritato essere bradicardica, la mia pressione arteriosa perfetta e un’urina limpida come poche…adesso che lo so devo sfruttare queste capacità e, se possibile, migliorare ancora i battiti -49 a riposo. Il mio cuore è già perfetto!

Dunque, stamattina la giornata ha preso un’ennesima, imprevedibile piega. Discesi da Berlinghieri, due tizi che chiacchierano appaiati dai loro mezzi preferiti-io le gambe, Marco le ruote- si sono diretti dietro la strada del Feudo, per abbandonare l’asfalto e intraprendere lo sterrato. Tra i territori dell’antica, presunta città di Tissa -già nominata da Cicerone in epoca romana- Marzia e Marco si meravigliavano dello spazio infinito che li abbracciava, lì dove-ancora oggi- esiste la possibilità di reperti archeologi di pregio, di necropoli e quant’altro possa far gola agli studiosi. Come una particolarissima cuba bizantina all’interno di una proprietà privata, tra Mischi, Gabelle e Sciarone. Da Sciarone i ragazzi scendono in una radura incantevole e solitaria che porta dritta al fiume Alcantara. E si fermano, accantonano la bicicletta e provano a raccogliere finocchietto selvatico. C’è qualcosa, però, che attira il loro sguardo come una calamita: un ponte sul fiume. Un ponte su cui corre una tubatura. Un ponte a cui sembra non poter accedere. Le pupille sono cacciatrici e non solo trovano verdura ma anche uno scorcio nella recinzione a protezione del ponte. Allora ci provano a entrare e si accorgono che lungo la tubatura c’è un corridoio stretto, probabilmente per i soli addetti ai lavori di manutenzioni. E se ci passano loro perché non potrebbero farlo Marzia e Marco? - dico io. Marzia che avanza in avanscoperta e dà il via libero a Marco che la segue con la bici. Sembrano bambini che fanno monellerie, ragazzacci alle prese col proibito, discoli che se ne infischiano delle regole e del pericolo. E lo attraversano quel ponte con un sorriso imperturbabile. Alla fine c’è una ripidissima scala, porta d’ingresso per un territorio nuovo. Sono tra Mojo e Roccella, i due furfanti, e continuano a mandare avanti le gambe, le ruote; s’immettono in una strada sulla sinistra dopo un centinaio di metri, scavalcano rete e filo spinato, atterrano su ceneri arse di sterpaglia e proseguono il loro viaggio in proprietà privata. Percorrono autostrade d’argilla empiendosi di frutteti, verdura selvatica, flora rigogliosa, ulivi ed eucalipti. Riempiono sacchetti di finocchietto da portare alla nonna e vanno via, lontano, verso lo stagno di raganelle. Basta. Marzia è stanca di correre e si mette a camminare sul ponte di cemento, attenta a cercare quell’uccello che non sa per quale ragione rappresenta la maternità. E lo vede, lì impalato su un sasso del fiume, mentre s’abbronza e cerca del pesce. E li vede, la cicogna. Vede quei due giovani cresciuti all’aria aperta che continuano a divertirsi come quando erano adolescenti. Lei non vede nessun altro. Gli altri giocano alla playstation, vivono sui social, incontrano persone su Meetic, si entusiasmano su Second Life. E non vedono il sole, il fiume, le cicogne. Non corrono e non cadono. E sono chiusi dentro.

E questo non è un racconto di fantasia.

Marzia Scala

 

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