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Necessità movimento

Mercoledì, 11 Febbraio 2015 13:09

Michelle Whyte Tyson: tra Re Carnevale e San Valentino

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Michelle Whyte Tyson: tra Re Carnevale e San Valentino - 5.0 out of 5 based on 1 review

Se fossi una pugilessa (al diavolo il maschilismo della lingua italiana) credo che mi potrei chiamare così: Michelle White Tyson.

Penso spesso che se fossi diventata un’atleta di prestigio avrei voluto un soprannome, ci fantastico tante volte su questo. Lo so che ormai sono fuori dai giochi del professionismo-data la mia veneranda età- ma se c’è qualcosa che conosce lo scorrere del tempo come ostacolo è proprio la fantasia, per fortuna. Dunque vi voglio raccontare il perché di questa scelta.

Partiamo da Michelle. Nome francese, raffinato e dal suono controintuitivo, soprattutto se riferito a un pugile. Tutti penserebbero che il “Michelle” in questione (data la sottigliezza tra il suono del nome maschile e quello femminile) sia un uomo e, invece, rimarrebbero basiti non appena mi slacciassi la cintura di quell’accappatoio\vestaglia: che sono donna, per quanto androgina, è indiscutibilmente visibile.

Il White è un chiaro riferimento alla pigmentazione della mia pelle che non è color cioccolata come quella del mio mito del ring. E poi White ha un ritmo melodico e determinato allo stesso tempo.

Certo, se nelle mie vene ci fosse stato sangue di quel Tyson lì non starei qui a scrivere in italiano. È un omaggio a lui, ovviamente, a quella massa di muscoli scolpiti in grado di deviare ogni singolo colpo e di mandare al tappeto con uno di quei montanti che solo lui avrebbe potuto sganciare.

Ieri, però, ho beccato Million Dollar Baby alla tv, mentre pedalavo su quella noia\unica alternativa di cyclette e, finalmente, sono riuscita a rimanere attenta per tutta la durata della pellicola. (Sono cavolate che se un film è interessante non ci si addormenta: se hai sonno le palpebre si chiudono, punto). Non vi nascondo che mi commuovo facilmente davanti a queste storie e che ho dovuto pulire gli occhiali più volte lungo il corso della visione, ma sono queste le cose che mi fanno sentire orgogliosa di essere femmina, di aver imparato a difendermi con un diretto e un gancio. Non è la sola cosa che mi preme commentare di un capolavoro cinematografico come questo di Clint Eastwood: la voce narrante e il suo punto di vista, la solitudine e l’amore, la miseria e il riscatto, la vita e la morte, il coraggio. Che temi! Io non voglio scatenare alcuna polemica in cui c’entri la fede, la politica o qualcos’altro. Io voglio solo raccontarvi come la penso, come l’ho sempre pensata. Senza maschere carnevalesche che facciano passare un Gorilla per una Colombina. Ad amare ci vuole coraggio. Liberarsi dalle catene dell’egoismo per abbracciare il volere dell’altro è un’ardua impresa. Io la condivido. Io vorrei che facessero lo stesso con me buttata su quel letto a lottare con gli infiniti, estenuanti capricci di una falce nera che tarda ad abbattersi sul mio inutile corpo.

Senza bisogno di essere Michel White Tyson il mio volere è lo stesso, immutabile. E spero che il coraggio vinca sempre. E che l’amore trionfi e si dimostri non solo il giorno intitolato a quel povero San Valentino.

Il mio costume è dunque pronto e mi calza-devo ammettere- a pennello. Tra l’altro, non per vantarmi, ma non sono solo le sembianze estetiche, il mio occhio nero, la definizione e la compattezza dei tessuti a testimoniare la mia perfetta adesione a questa maschera: Michelle colpisce duro. Sono ancora pochi quelli che non ha mandato al tappeto con una mossa da Bruce Lee. I suoi compagni sono stati “difettati” nell’orgoglio più intimo: quanto valgono una ginocchiata, un gomito troppo alto, la mira precisa. Però loro, i “difettati” non gliela fanno pagare mica!

È davvero un grande amore.

 

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