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Necessità movimento

Martedì, 25 Novembre 2014 16:23

Sconfinando dal Kilimangiaro

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Io non devo guardare i documentari, quelle orribili immagini in grado di farmi riaffiorare il desiderio di cambiare destinazione alla mia vita, quelli che mi fanno scendere le lacrime, impazzire dalla voglia di rapinare una banca e darmi alla macchia in giro per il globo. Come si fa a raccontare a una podista, a un’amante delle attività all’aria aperta, a un’avida di natura… come si fa dico io a rendere note certe informazioni alle tre di pomeriggio, mentre il sole colora il salone di arancio, quando i contorni delle foglie si fanno nitidi, gli uccelli si schiantano sui vetri delle finestre, quando pedalo sulla cyclette con l’occhio teso al telefono… come si fa a tentarmi con paesi ai confini del mondo distanti solo 8km dalla Svizzera e 15 dall’Austria? E non passi inosservato che sono un’isolana io, una-per intenderci- che per “entrare” nel suo stato d’appartenenza socio-politica deve prendere il traghetto e inforcare la Salerno-Reggio Calabria?

Cattiveria allo stato puro, liquido e infiammabile. Ecco cos’è!

Per fortuna, quando sono nel sì, posso prendere il mio cavallo e andarmene in uno di quei meravigliosi boschi che circondano la mia dimora. Uno di quei luoghi sbucato da un’antica leggenda, uno di quelli in cui albergano fate, gnomi, amazzoni e cavalieri. Posso varcare quella soglia tra sogno e realtà e scrivere l’ennesimo episodio delle mie avventure magiche. È un peccato, penso -alle volte- che la gran parte della gente neanche sia a conoscenza di questi posti ma, in fondo al cuore, esserne l’unica fruitrice mi piace molto.

Già, sono egoista, possessiva e gelosa. Tanto!

Il profumo delle pinete è difficile da dimenticare. In autunno ci sono gli aghi a terra che vestono di ruggine il manto di sentieri privi di luce; qualche pigna rende croccante e legnosa la via, mentre i gomitoli di processionaria s’impadroniscono di rami e di vette, le vacche si accovacciano negli spazi, i vitelli sbucano qua e là con occhi curiosi e spaventati. Questo è solo l’androne di Parco Mercurio, un bosco poco frequentato (per mia fortuna) sulla Mareneve, di cui sento l’eco spesso, quando troppe lune sono calate dall’ultima volta che abbiamo lasciato le impronte.

Aldilà dei “fungiari” che lo riempiono di brusii quando i porcini spopolano, oltre i dipendenti che si occupano (o, meglio, dovrebbero) di tenerlo pulito, le vaccine e i torelli, ci siamo solo noi. Io e Cisco, il mio cavallo. E, forse, qualche maialetto. Ci saranno anche i conigli ma altri assidui frequentatori (avevo rimosso la categoria dei cacciatori) li stanano e li decimano.

Attraversata la bolgia di odori dei pini, si staglia davanti alla vista un caseggiato semi distrutto: scalinata tipo Piazza di Spagna, due cisterne, migliaia di tegole rotte, porte scassinate, tracce di umani. Non soddisfo la curiosità di entrare a scandagliarne gli angoli solo perché Cisco è un fifone e i posti angusti lo spaventano; nemmeno posso legarlo fuori ché altrimenti, se non mi vede più, si sente abbandonato e scava un fosso con le zampe anteriori, se sono fortunata. Potrebbe anche tirare a tal punto la corda da demolire definitivamente i ruderi. Così mi accontento di qualche foto e di una vista a dirupo sui terrazzamenti di sotto.

Sali, sali, sali. Attraverso corridoi stretti di castagni in cui non c’è spazio per i raggi più prepotenti; giungiamo all’ovile ristrutturato, giriamo a sinistra e una nuova diapositiva si apre davanti a noi. Vai di trotto, tra quei ricci ormai castani che pungono lo stesso, su tappeti d’autunno che s’infrangono, come onde, sugli zoccoli. La gabbia per qualche animale a destra, la casetta a sinistra. Quella non è stato facile trovarla ché la strada per arrivarci era sì nascosta da farci perdere mezza giornata.

Lunghi tratti di galoppo e virata a destra. Scendo per non stancare Cisco e rafforzare i glutei con una salita che-vi assicuro- fare di corsa è dilaniante. Cisco a lato che ogni tanto si ferma per dirmi che vuole tornare indietro:  ”Tanto lo sai che non ha uscita!” e io “Ti preeego, è solo per una fotina” e lui mi cala la testa e continua a seguire la sua compagna folle. Arrivati in cima scateno l’obiettivo e mi ricarico. La discesa è sempre su sei zampe, un po’ di corsa da marachella che piace a entrambi.

Pianura. Strada di ritorno (l’ho scoperto che non sbuca dopo dettagliate infiltrazioni in macchie e arbusti vari) e rimonto con bene placito del mio cavallo che non vedeva l’ora di scappare per i tempi del galoppo.

Poi giù, di nuovo e ditemi voi se questa foto non ne valeva la pena.

E i documentari me li continuo a guardare: l’obiettivo è sconfinare, on e offline.

 

 

 

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