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Necessità movimento

Mercoledì, 04 Giugno 2014 16:39

L’ignominia di Oscar

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Era tipo realizzare un sogno: tutti i comuni mortali (non proprio tutti visto che ne esistono parecchi senza passione o senza voglia di fare)desiderano avere un lavoro gratificante, che piaccia e diverta. Non l’avrei mai immaginato ma mi stava succedendo. Una proposta che sembrava un po’ lasciata in aria ma che aveva pur sempre del concreto. Io non ci credevo ma… dopo qualche giorno mi invitarono a conoscerli, a visitarne la dimora. Erano tre arabi peperini quelli con cui avrei trascorso giorni inaspettati, quelli con cui, probabilmente, avrei discusso più a lungo. In italiano, s’intende.

Atena, Oscar e Stella. Due grigi e una saura con stella in fronte.

 La prima volta fui accompagnata in giro per la tenuta da un uomo che mi faceva simpatia e che, forse, era lì ad accertarsi che sapessi il fatto mio. Ma ero io a dargli consigli su come stare a cavallo, su come trattare con quei monelli. Si, erano un po’ indisciplinati ad essere onesta, cosa che mi attirava tantissimo, mi pompava di eccitazione. Era come se mi avessero affidato una grande impresa di cui già intravvedevo i trofei. I meriti sarebbero stati esclusivamente miei e nessuno avrebbe potuto dirmi come, cosa, quanto, dove. Solo il quando era più o meno vincolante. Andavo due volte la settimana, di mattina presto, quando ancora le mani gelavano e dovevo tenere i guanti. Mi portavo la sella ogni volta da casa: spesso, quando rientravo la usavo per Golia. Ma questa è un’altra storia, un racconto forse.

 Il frustino rosso, la spazzola per quelle code ingarbugliatissime e l’acqua Lete li tenevo nella selleria, invece, e di volta in volta portavo zollette di zucchero, pane, mele, carote e altre leccornie. Le zollette divennero indispensabili i primi tempi, in effetti.

 Atena era difficile, non ne voleva sapere di darmi retta: una grande dispettosa prepotente che pretendeva di non andare 500m oltre il suo box. Ed era pure convinta che l’avrei lasciata vincere! Con le parole dolci non funzionava, col frustino nemmeno e allora iniziai a portarmi dietro lo zucchero…e le formiche…per convincerla ad andare avanti: me la compravo così, con dolce su dolce, fino a quando decisi che era diventata troppo capricciosa e ridussi notevolmente le quantità.

 Per sellare Stella, molto piccola e impaurita, dovevo metterle due sottosella altrimenti il sottopancia rimaneva eccessivamente largo e rischiavo di cadere ad ogni piè…pardon, zoccolo sospinto.

Non mi gettavo (si, proprio gettavo) da cavallo da un bel pezzo: l’ultima volta fu perché Shitan, il mio maschio, aveva deciso di fiondarsi nel vigneto a tendone per decapitarmi. Ma sono certe che non ne avesse proprio l’intenzione.

Una mattina, in totale incoscienza, per testarne la velocità e mettermi più in competizione con lui decisi di lasciare andare Oscar a briglia sciolta. Fino a quel momento la mia debole vena prudenziale mi aveva suggerito di contenerlo ma, evidentemente, in quell’attimo dovette scoppiare, innescata dalla mia sconsiderata adrenalina. E lui, quello stallone arabo che avevo mantenuto nella prigione del mio controllo, perse la ragione, lasciando andare il freno a mano. Iniziava una folle corsa contro il vento, mentre le mie urla di rimprovero si confondevano con lo scalpitio di un galoppo incessante; piegata su tutte le strettissime curve lontane dalle sembianze di quelle innocue  colline sinuose dei giorni della resistenza. Cercavo in tutti i modi possibili di arrestare la sua euforia senza successo, provando a tirargli una redine fino a che il suo muso mi sfiorasse il ginocchio, fino a farlo girare intorno ai paletti di viti che osservavano lo spettacolo in silenzio. Avevo paura che si fiondasse d’improvviso nel suo box, che si fermasse di colpo, che s’infilasse tra le fronde fitte degli ulivi o, peggio ancora, si facesse tentare dagli slalom nella vigna che gli avevo fatto assaporare.

 Il supplizio non avrebbe potuto durare più a lungo. Mi gettai. E immediatamente, lui si fermò. Se non avessi messo male il ginocchio, cadendo, non mi sarei fatta nulla. Ero ferita nell’orgoglio, umiliata nell’anima, nera in viso. Mi alzai, ci spostammo più avanti, lo guardai con gli stessi occhi di disapprovazione con cui è solito fissarmi mio padre e rimontai in sella. Non gliel’avrei concessa più quella libertà. Lezione appresa.

Per fortuna nessun umano era stato spettatore di quell’ignominia.



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