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Una gita a...

Sabato, 04 Ottobre 2014 12:51

Nitrato d'Argentario

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Nitrato d'Argentario - 4.8 out of 5 based on 17 reviews

Frequento l'Argentario più o meno da tre anni, ossia da quando la mia amica Cristina ha iniziato a invitarmi nella sua casa di Porto Santo Stefano (che è uno dei motivi per cui siamo ancora amici, ndr). Quest'anno non avevo ancora approfittato, ma poi, complice una depressione da rientro a livello Prozac e il desiderio di non compromettere la mia fama di scroccone, ho deciso di sfruttare l'ultimo rantolo di vita di quest'estate made in China e concedermi un fine settimana sulle coste maremmane. Ho quindi vinto la fiera ostinazione del lavoro, fatto i bagagli in fretta e furia, ignorato l'allarme meteo, caricato il mio amico Francesco e alle dieci di Venerdì sera ero sul bel terrazzo vista mare della nostra ospite ad accompagnare un piatto di penne agli scampi con generosi fiotti di Est!Est!Est! di Montefiascone

Ma si sa che quando si fanno le cose di corsa si finisce sempre per scordarsi qualche pezzo per la via, quindi è bastato dedicarmi a disfare i bagagli per non trovarci dentro nulla che potesse ricordare, anche vagamente, un paio di mutande. Tantomeno le mie preferite, quelle pitonate. E così, per rimediare al misfatto, ho inaugurato il sabato avventurandomi sul lungomare di Porto Santo Stefano alla ricerca d'un posto dove acquistare dei boxer qualsiasi. L'impresa si è subito rivelata più complicata del previsto. L'Argentario è un posto dove preferiscono dire "riscaldo dei metalli fino al punto di fusione e poi li unisco" pur di non pronunciare la parola "saldo" e quindi anche un paio di mutande ti può venire a costare come una bottiglia di Dom Perignon millesimato. Scartati due o tre negozi d'abbigliamento cari come Arpels&Van Cleef, scorgo una bottega gestita da cinesi, una di quelle con la roba ordinata secondo il criterio universalmente noto come "a casaccio", insomma, e che vendono di tutto, dalle pile per l'aspiraabriciole da tavolo al kit per dirottare la Concordia sugli scogli del Giglio. Mi affaccio, e un ometto dai tratti decisamente orientali m'accoglie con un sorriso e un cordiale "uantuottauono?" (così almeno capisco io). Incerto se mi abbia detto "buongiorno" o "di cosa ha bisogno?", decido di badare al sodo e rispondo con voce stentorea: "mutande!". La parola sembra essergli del tutto sconosciuta, a meno che l'aria assente da ischemia cerebrale in corso con cui mi fissa non sia la sua espressione naturale. Provo allora con "boxer", addirittura accompagnandomi con un gesto all'altezza del bassoventre a metà strada fra il Michael Jackson di "Bad" e l'avance di un maniaco sessuale. Lui ridacchia ma pare finalmente capire, solo che ribatte: "misula?". E siamo daccapo. "Quinta", faccio io. Di nuovo l'ischemia. Provo allora col gesto a mano aperta. Lui è tentato di schiacciarmi un high five, ma per fortuna aggiungo la parola "large" e allora scatta rapido come un furetto verso l'angolo più remoto del locale. Lì inizia a scavare sotto una montagna di indumenti e alla fine ne esce fuori con in mano un paio di boxer arancioni tempestati di pallini argentati 100% acrilico che sembrano portare impressa sopra la scritta "irritazione allo scroto". Declino la proposta e chiedo al piccolo Mao il permesso d'avventurarmi personalmente sotto la montagna. Lui storce un po' la bocca, virando così deciso dall'ischemia all'ictus, ma alla fine acconsente. Sbuffo, sudo e annaspo per un po' sotto la pila di stracci assortiti dove, come il replicante di Blade Runner, vedo cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare, ma alla fine riemergo con un paio di boxer di cotone bianchi e blu piuttosto sobri, se uno riesce a ignorare la gigantesca scritta "uomo sport". Ad ogni modo mi accontento, li acquisto al costo d'un pacchetto di caramelle e saluto ischemia, che mi ringrazia come se gli avessi comprato tutto il negozio.

Cristina e Francesco, nel frattempo, hanno fatto scorta di provviste e così, carichi di pizza come gli addetti alla consegna della "Bella Napoli", siamo finalmente pronti per andare al mare. La nostra meta è Cala del gesso, una piccola spiaggia rocciosa incastonata fra il bosco e l'acqua cristallina a cinque minuti di macchina da Porto Santo Stefano; un posto dove i colori sembrano presi pari pari dalla tavolozza di un Van Gogh ispirato. Come molte delle baie della zona il suo accesso naturale sarebbe dal mare, ma anche chi non ha una barca la può raggiungere attraverso un lungo sentiero che da bordo strada scende giù fino agli scogli. È questa la strada che scegliamo noi, incamminandoci lento pede sotto il sole cocente dell'una. Ora, la passeggiata, seppur ripida come il muro di Oropa in qualche tratto, non sarebbe in realtà nulla di terribile a meno che, naturalmente, uno non sia nelle condizioni di Francesco. Il nostro, saggio come uno a cui abbiano sostituito parte del cervello con uno zuccotto di metallo, per una due-giorni all'Argentario, ha deciso di portare con sé tutto l'armamentario per la pesca subacquea e dunque si ritrova ad affrontare la discesa a mare nelle seguenti condizioni: cappello di paglia in testa con la scritta "I love Cipro", cinturone con 15 chili di pesi legato in vita, zainetto con telo da mare, creme, libri e altra attrezzatura da spiaggia sulle spalle, borsone nero della Mares da portare a mano, grande come se dovesse contenere un cadavere e riempito fino all'orlo con muta, pinne, maschera, boccaglio e quant'altro serva per immergersi. Ai piedi, per darsi un tono, eleganti infradito della Lonsdale con tanto di Union Jack disegnato sulla costola. Dopo più o meno otto metri di camminata inizia una sua ricca e personalissima invocazione di tutti i santi e i martiri del calendario. Dopo cinquanta ha qualcosa da ridire sulle abitudini sessuali della moglie di Adamo. Dopo cento c'implora di sparargli col fucile da sub e lasciarlo morire dissanguato sotto il sole. Cerchiamo di aiutarlo come possiamo, ma il passaggio dalla strada asfaltata al vialetto nel bosco rischia di essergli fatale: coperto dalle oscillazioni del borsone porta-cadavere non s'accorge d'un cambio di livello e acquista velocità come la palla di pietra che insegue Indiana Jones, poi, nel tentativo di frenarsi in qualche modo inciampa in una radice traditrice distruggendo una delle eleganti infradito della Lonsdale. È così costretto a terminare la discesa indossando le scarpette di gomma da sub. Non senza qualche altra difficoltà arriviamo comunque alla spiaggia, dove il nostro pescatore subacqueo in appena quaranta minuti, di cui trentanove buoni passati girando sulla spiaggia con maschera e boccaglio già indosso, si prepara per la sua caccia a Moby Dick. Quando si immerge nelle acque smeraldine di Cala del Gesso sono le 13,10. Ricompare sulla terraferma alle 16.15, quando già il Comandante De Falco aveva allertato i primi soccorsi. Tutta la spiaggia lo guarda incuriosita, immaginandosi una pesca miracolosa da nazareno. Lui fa un po' lo gnorri, cerca di distrarre l'attenzione rimanendo incastrato nella muta, infine esibisce il suo trofeo: una salpa. "Da porzione" dice lui. "Se sei un pigmeo" ribatto io. "Nell'acqua sembrava più grossa, in effetti". Sono le sue ultime parole prima di spiaggiare sui ciottoli come un capodoglio.

Restiamo lì ancora un po', poi, consapevoli che non sarebbe mai in grado di sopravvivere alla lunga arrampicata di rientro da affrontare carico come uno sherpa, risaliamo a prendere la macchina e sfidiamo la legge inoltrandoci giù lungo la strada privata che conduce al mare per recuperarlo. D'altra parte non abbiamo tempo da perdere con ricoveri ospedalieri o tumulazioni, dobbiamo correre alla ricerca di un posto dove poter cenare e vedere, al contempo, il big-match della terza di campionato: Milan-Juventus. Certo, riconosco che all'Argentario ci sono posti migliori dove mangiare di un risto-pizza lontano dal mare dove servono solo prodotti congelati, specie se il tuo tavolo è nella saletta interna accanto all'entrata del cesso, da cui ti divide un paravento di legno pulito per l'ultima volta quand'era vivo Togliatti, ma si sa che la passione calcistica non conosce ostacoli, né confini. Il cameriere ci chiede per chi tifiamo. Quando rispondiamo in coro "Milan" fa una faccia schifata e da lì in poi i nostri piatti hanno tutti quell'inconfondibile e pastoso gusto di sputo. Ma almeno al momento della cuenta ci fanno lo sconto-sconfitta.

Il mattino dopo, però, abbiamo già elaborato il lutto e quindi puntiamo decisi verso la splendida  Feniglia, una lunghissima distesa di sabbia che si snoda lungo la striscia di terra che unisce il promontorio dell'Argentario al continente. É una spiaggia accogliente per chiunque, anche per i cani, con un paio di attrezzate dog-beach situate lungo il percorso. Con noi tre fanno un po' di storie, ma dopo avergli fatto vedere la paletta per raccogliere la cacca di Cristina ci lasciano entrare. Il mare è un po' mosso, ma se questo da una parte sottrae qualcosa al fascino del paesaggio, comunque suggestivo col golfo di Porto Ercole a dominare sulla destra, dall'altra ci consente di tirare fuori il bambino di otto anni che alberga in noi (molto più simile al Franti di De Amicis che al fanciullino pascoliano) e passare un'ora buona a tuffarci e saltare sulle onde.

I tempi di recupero però sono quelli di un ottantenne con la polio e quindi passiamo le due ore successive sdraiati sulla sabbia con la frenesia d'un peschereccio tirato in secco. Sono i morsi della fame a restituisci brama di vivere e soprattutto l'aspettativa di saziarli con un un pranzo Da Braccio, ristorante annesso all'omonimo stabilimento balneare, affacciato sulla spiaggia e capace di regalare esperienze culinarie da far invidia a Pantagruel. Ci arriviamo alle due e mezzo di pomeriggio ed è pieno stivato. In effetti avremmo anche prenotato un tavolo, ma il concetto sembra essergli del tutto sconosciuto come la parola "mutande" al mio amico cinese del giorno prima. Aspettiamo che si liberi un tavolo mentre davanti a noi sfilano vassoi di fettuccine allo scoglio, riso al nero di seppia, grigliate totani e gamberi e una paranza così fresca che i pesci non sembrano fritti ma solo ustionati dal sole. Alla fine arriva il nostro turno, ed è Grande Bouffe. Ci alziamo dopo due ore, con la pancia piena e lo sguardo ottuso e beato di chi sente il Vermentino di Bolgheri scorrergli nelle vene. L'astemia Cristina ci riconduce a casa. Il tempo di smaltire l'orgia di sole, sale e salse, di fare una doccia e preparare i bagagli, ed ecco già il momento di puntare verso Pisa e salutare l'Argentario. Ma come sempre si tratta soltanto di un arrivederci.

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