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Domenica, 20 Marzo 2016 16:15

QUELLO SCIAME DI FARFALLE 2° parte

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Ti definisci teatrante e non attore. Perché?

Non so se è un'accezione personale che io attribuisco al termine teatrante, oppure se c'è il solito senso polemico che io amo dare alle definizioni. La parola attore per me ha un significato completo e totalizzante, inteso anche come scelta definitiva di vita. Una scelta di vita che io non ho mai fatto, non mi sono mai buttato completamente nel ruolo di attore.

In più, per come la vedo io, il mestiere di attore comprende anche innumerevoli esperienze che, pur  rimanendo a volte nascoste al pubblico,  coinvolgono l'intera persona.  Non voglio essere scambiato per quelli che vanno sbandierando – io  faccio l'attore o io sono l'attore   -  quasi come se fosse più importante affermarlo piuttosto che sperimentare il percorso per diventarlo. Ci vuole una distinzione rigorosa anche per quanto riguarda il rapporto con se stessi. 

 

Sei autore- regista-attore dei tuoi spettacoli. Come si integrano questi ruoli?

Nel momento in cui scrivo è come se fossi già proiettato sulla scena, ho ben chiaro quale sarà il mio stato emotivo rispetto ad ogni specifica battuta; in altre parole ciò che scrivo è consequenziale a ciò che sento, è ovvio quindi  che la regia viene in terza posizione.

Dal punto di vista dell'autore-attore vale quello che che ho appena detto, anche se poi più provo quello che ho scritto e più scopro cose nuove che riguardano anche e soprattutto ciò che ho sentito per scriverlo, è quello che mi affascina di più. Non finisce mai. 

 

Il rapporto col pubblico, come lo vivi, come ti condiziona, che stimoli ti dà?

Io provo i miei spettacoli in casa. Le prime volte in cui provi sei davanti a una parete bianca, è molto stimolante. A mano a mano che vanno avanti le prove, solo in casa, il rigore e la disciplina sostituiscono l'entusiasmo ed arrivi quasi ad odiare quel muro. 

Quando iniziano le date degli spettacoli si ripropone la stessa condizione: una fortissima emozione alla prima uscita e poi qualcosa che si dipana a livello emotivo, ogni volta che calco la scena sento l'adrenalina fatta di carica e paura. Questo a me piace molto perché mi fa sentire continuamente come uno che cammina sulla corda. E' la motivazione principale per cui amo fare teatro, viene ancor prima del bisogno di esprimermi.

Quando porto i miei spettacoli al di fuori di un teatro, il rapporto col pubblico cambia nuovamente. Dove non è teatro puro, dove le luci mi permettono di vedere non solo le persone ma i loro occhi, mi viene molto spontaneo andare in cerca di loro. C'è un contatto visivo. E con ognuno interagisco in maniera differente a seconda del feedback che mi rimanda. È un'esperienza stimolante, avvincente. Si crea un'intimità veramente non usuale rispetto a quella che è l'esperienza del teatro come tempio della recitazione.

 

Hai mai scritto pezzi per altri o interpretato ruoli scritti da altri?

Io ho iniziato nel '97 con i tre anni canonici di corso di recitazione e mi sono ritrovato dopo tre mesi a interpretare “Novecento” di Baricco. È stato il primo saggiare cosa significa calcare la scena, esprimersi davanti ad un pubblico.

 

Da cosa nasce la tua decisione di fare teatro?

Un amico mi propose di fare teatro , all'inizio non ero convinto, poi mi resi conto che avevo paura di dire di si. Per reagire a questa paura accettai e da lì iniziò il mio percorso. 

In una certa fase della mia vita professionale sono stato ammaliato dalla trasmissione radiofonica di Jack Folla, abbiamo allestito con Claudio Marmugi una trasposizione teatrale di questo programma. Mi sono accorto in seguito che quella matrice io l'ho riprodotta nei miei spettacoli, anche se l'idea del dj nel braccio della morte si percepisce di più nei due precedenti. Di certi argomenti solitamente si discute in contesti dove si sa che le proprie idee verranno accettate, invece io scelgo sempre una dimensione dove il pubblico non sa neppure quali contenuti proporrò. Questo mi fa sentire nel braccio della morte a pochi minuti dall'esecuzione.  Non è una scelta concettuale, questo sono io.

I miei spettacoli danno voce ad un bisogno, quel bisogno che non riesco ad esprimere intorno ad un tavolo. Io mi prendo quello spazio per dire – tutto quello che non riesco ad affermare intorno ad un tavolo ve lo dico qui sul palco. Negli ultimi anni il mio fare teatro scaturisce proprio dall'esigenza di esprimere quelle istanze che la società tende a non riconoscere oppure a catalogare come fuori dalla norma. 

Così mi sono creato una sorta di spazio che mi dà la possibilità sia di esprimere me stesso sia di comunicare ciò in cui credo. Quando parlo di società mi riferisco all'insieme di tante individualità specifiche, mi rivolgo alla parte interiore degli esseri umani, il cui problema essenziale è rappresentato dall'incapacità di mettersi in discussione. Nei miei spettacoli tendo a parlare del  microcosmo-uomo ma anche del macrocosmo-umanità.

Ovviamente non voglio avere un atteggiamento di superiorità, faccio parte anch'io, con le mie contraddizioni, della società di cui parlo; devo però riconoscere a me stesso che mi metto in discussione, quando recito sono autoironico, metto a nudo tutto ciò che potrei essere e non sono.

 

 

“Aiò 2012” e “Il Jocker decadente” precedono “Visionario”. Cosa è cambiato nei contenuti e nello stile?

“Aiò 2012”, il mio primo lavoro totalmente autonomo, è stato l'evento di apertura di Effetto Venezia 2012, appunto. Ha rappresentato un'esperienza unica dal punto di vista della pressione emotiva che ho vissuto perché io, attorucolo di provincia, improvvisamente ero davanti a cinquemila persone. 

Nello spettacolo ho voluto evidenziare come le leggi cosmiche, quelle del pianeta e dell'essere umano siano le stesse; un modo per trovare una via evolutiva è proprio indagare in questo senso e smettere di sentirsi separati dal resto dell'universo. La mia scelta stilistica prevedeva un uso del corpo molto evidenziato, unito a musica e immagini funzionali al ritmo narrativo. 

Nel “Joker Decadente” oscillano due anime racchiuse in uno stesso corpo: il jocker, decadente e disorientato poiché il mondo ormai gli ha rubato il primato della crudeltà, e l'anima dell'attore che, da sotto la maschera, entra nel monologo perdendosi nei sui ricordi e nelle sue visioni. Li affianca un terzo personaggio, un Dj-maestro d'orchestra pazzo, Dombossa, incursore comico, interprete di suoni a volte gutturali, a volte musicali. I due antagonisti, dopo una prima affermazione di loro stessi in cui si contendono la scena, riescono a trovare una modalità pacifica per condividere il corpo che li ospita. L'animalità del Jocker risveglia il selvatico in letargo degli spettatori, la loro moderazione quieta la bestialità iniziale dei tre protagonisti. 

Rispetto ai due precedenti nel mio ultimo spettacolo è tutto più sfumato. Sia la musica sia le luci appaiono secondari. La musica è un sottofondo, è come il letto di un fiume:  non lo vedi mai, però c'è, è di basilare importanza. Negli spettacoli precedenti c'era una scelta più netta per l'importanza della musica delle luci e anche dello schermo. Questo è il terzo spettacolo nel giro di cinque anni e ora il mio modo di stare sulla scena ha assunto uno stile più essenziale: sto seduto sullo sgabello, unico ornamento di scena, ho voglia di parlare, la musica scorre in sottofondo.

Ho mantenuto la collaborazione con le persone che hanno contribuito alla realizzazione dei miei spettacoli, in particolare il dj Dombossa. Lui è mio amico sin dall'infanzia, noi siamo nati calciatori, abbiamo giocato insieme per tanti anni e ci siamo ritrovati a quarant'anni sopra un palco, lui intanto era divenuto un dj con un gusto musicale su un particolare tipo di musica dance che io considero molto elegante. Mi preme poi citare Alessio Porquier che recitava con me in “Aiò 2012” e Marco Coppola, che nello stesso spettacolo curò le immagini con grande professionalità e bravura.

 

“Visionario” è caratterizzato da una visione della società attuale da cui scaturisce una critica all'oppressione e al conformismo e parallelamente una ricerca di autenticità da parte dell'essere umano

La società attuale è opprimente, sì, molto opprimente ma è già tanto quando tu lo riconosci, la presa di coscienza è decisiva, è il primo passo. L'assioma principale da cui parto è che l'umano non si conosce. Io non mi conosco e, soprattutto, prima mi conoscevo molto meno. A vent'anni avevo davvero un problema nel riconoscere chi ero, questo è diventato poi un propulsore, uno stimolo nella ricerca.  È stata una molla importante, come un treno che passa e che tu prendi in corsa perché hai bisogno di viaggiare dentro di te. E rischi. Il rischio non è quello di rimbalzare sulla porta di entrata di un vagone e morire, il rischio è quello di rimanere soli e di soffrire.  Se a vent'anni vieni coinvolto dalla lettura di quelli che vengono considerati i grandi maestri dell'umanità, per forza di cose vivrai un momento di solitudine, dato che non tutti scelgono lo stesso tuo percorso. Non è facile raggiungere l'autenticità ed eliminare le sovrastrutture, la difficoltà di comunicare agli altri cosa ti sta succedendo ti allontana dai rapporti sociali e ti espone alle critiche. Chi ti conosce meglio è il primo a giudicarti, almeno fino a quando non vede risultati; il tuo viaggio non è rispettato o riconosciuto finchè non raggiungi un  cambiamento evidente e percepibile all'esterno.

 

Nei tuoi testi teatrali ci sono elementi che possono essere riferiti al pensiero orientale, all'induismo e al buddismo. In che modo, secondo te, queste filosofie rispondono meglio alle istanze e ai bisogni  dell'uomo occidentale?

Mi viene spontaneo dire che mi sento più in sintonia con il pensiero orientale, ma non credo che sia una verità da poter estendere.  Anziché parlare di religioni, io preferisco parlare di spiritualità. Quando ho letto i testi orientali mi sono accorto che quelle righe parlavano direttamente alla mia essenza ma mi mancava qualcosa... allora sai dove l'ho trovata? Naturalmente parlo strettamente di me, non ho la pretesa di suggerire niente agli altri. Mi sono accorto che una vera consapevolezza me l'hanno data Gurdieff e Ouspensky che, guarda caso, sono russi, e quindi ponte tra l'oriente e l'occidente; hanno trasformato la metafora orientale in linguaggio scientifico, cioè la scienza dell'anima. Dentro di me, in quanto occidentale, ho maggior dimestichezza,  con il linguaggio scientifico che sento più attinente. In me si è aperto un varco incredibile.  

 

In “Visionario” citi anche la tua esperienza con il peyote, lo intendi strumentale all'espansione della coscienza?

Secondo me l'ampliamento della coscienza non va visto solo come una cosa che diventa più vasta ma anche più profonda. Ciò comporta che sei più solo. Sei più solo con te stesso e devi stare attento perché ti puoi fare male.Il peyote per me è un mezzo, anzi, un medium inteso nell'accezione latina, perché il medium è colui che prende un tipo di energia da un piano dell'esistenza e lo mette su un altro piano, cioè qualcuno che ti suggerisce, che ti parla. Questo però non ti garantisce nulla, anzi ti dà una responsabilità, nel senso che se qualcuno ti parla, tu devi saper ascoltare.

 

Sulla scena riproponi più volte il concetto della paura come nemico dell'essere umano

Come si fa a ipotizzare una società migliore senza considerare che il primo nemico dell'essere umano è la paura. Paura di essere, paura di amare, paura di fidarsi, paura di scoprirsi. Inevitabilmente la paura manipola l'interiorità e, per reazione, si trasforma in torpore spirituale, rabbia, inferiorità, ma anche superbia, lussuria e avidità.

 

L'amore. Parli di società liquida ma anche di amore liquido, parli di amore selvaggio

L'amore liquido nasce dall'incontro con il filosofo contemporaneo Bauman. Mi ha affascinato la sua descrizione della società che definisce liquido-moderna perché tutto è liquido, le molecole sono in continuo movimento, scivolano da una superficie all'altra, da un contenitore ad un altro. La relazione è stata sostituita dalla connessione, i rapporti sono diventati anche virtuali. Forse sono diventati più virtuali che reali.  I concetti espressi da Bauman mi hanno colpito molto, anche perché riescono ad affermare in maniera innovativa il post-moderno.  La tecnologia rende tutto molto rapido. Il dramma di questa rapidità è che all'interno della velocità ci trovi un motivo di esistere, ma è drammaticamente illusorio e povero e nello stesso tempo anche faticoso. Che si parli di un rapporto con l'altro sesso o meno, la dinamica è quella del Don Giovanni, cioè tutto può succedere a patto che non impedisca quello che può accadere dopo. Possiamo instaurare un rapporto in chat tra di noi, ma questo non deve precludere che tu possa averne un altro subito dopo e io anche, stringere ma non troppo, in modo tale che possa essere facilmente sciolto. In realtà tu non decidi nulla, è qualcosa che agisce a livello subliminale utilizzando le tue pulsioni. Alexander Langer esprime questo concetto in maniera precisa quando sostiene che “il protagonismo e la competizione sono la norma quotidiana e onnipervadente” e aggiunge “se non si radica una concezione alternativa al più veloce, più alto, più forte, che proponga invece, più lento, più profondo, più dolce,e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso”.

 

 

Per tutta la durata di “Visionario” concedi molto di te allo spettatore, ti metti a nudo confrontandoti con varie tematiche dell'esistenza e nella chiosa finale esci dal ruolo di attore e parli di te, di Walter Nenci

È un corollario di sincerità. Mi sono posto il problema di come chiudere lo spettacolo e ho individuato due momenti: nel primo cito Aldous Huxley “Tutti parlano del sesso, non prendere sul serio nessuno, né l'eremita né la sgualdrina, né me né Freud. Ama…e le tue labbra misteriosamente muteranno i tuoi seni. In se stessi, nell’ Identità e nel Vuoto”. 

Il secondo momento riguarda strettamente me. 

Cosa vorrei rivivere della mia esistenza? L'abbraccio di quello sciame di farfalle di cui racconto nello spettacolo. È stata una cosa che mai avrei immaginato. Io, il giorno dopo quell'esperienza col peyote, mi sono trovato cento farfalle addosso, in un bosco. Non è un'invenzione poetica, è successo veramente. È un elemento che mi proietta in una dimensione superiore , e non è importante che sia successo a me, è importante che qualcosa di superiore sia stato visto, che esista qualcosa di trascendente. Esiste un contatto che deriva dalla natura, esiste una comunicazione tra farfalle che mi riconoscono come chi, la sera prima dentro la capanna, ha vissuto quel momento. 

Al pubblico voglio dire tutto questo e voglio anche dire che quel momento non mi ha donato la felicità totale perché ne ho nostalgia, vorrei essere capace di nutrirmene continuamente. Nonostante quell'esperienza sia stata davvero intensa io tardo ad essere felice. 

 

 

 

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